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venerdì

Gli omosessuali negli anni '50 del XX Secolo

Gli anni '50 dello scorso secolo furono uno dei tanti periodi particolarmente bui e terribili per gay e lesbiche nel mondo.

Joseph MacCarthy
Probabilmente non erano bastati i campi di concentramento nazisti che avevano eliminato migliaia di omosesessuali, nel dopoguerra, il silenzio e nuove discriminazioni fecero il resto. La guerra fredda era cominciata e negli Stati Uniti un senatore repubblicano di nome Joseph MacCarthy (1908 -1957), iniziò una furibonda "caccia alle streghe" contro tutti quelli che lui e il suo staff consideravano "nemici dell'america".

Migliaia di persone furono perseguitate, minacciate, fatte licenziare dai posti di lavoro, arrestate, uccise, fatte suicidare o costrette all'espatrio. Non solo i comunisti (così venivano definiti tutti), ma anche socialisti, liberali, pacifisti, anarchici, liberi pensatori, attivisti per i diritti civili degli afroamericani, ebrei (1), e anche moltissimi omosessuali.

La macchina repressiva Maccartista si scatenò soprattutto nel mondo della cultura, nell'ambiente dell'università e dell'educazione, nel cinema, nel teatro, nella televisione e nei giornali. Ad Hollywood ci fu un vero e proprio repulisti, tanto che molte Major andarono vicino alla chiusura. Vittime del Maccartismo (così veniva definito il periodo di repressione inaugurato dal Sen. MacCarthy), furono anche persone note, come Albert Einstein e Charlie Chaplin.

Anche in Europa, gli anni '50 non furono certo un bel periodo per gli omosessuali, a parte qualche piccola isola felice; In Spagna la repressione franchista continuava inesorabile la sua opera di repressione, non solo contro i dissidenti politici, ma anche contro i gay ( documentata da molta bibliografia e filmografia come: El muro Rosa ), In Germania continuava a restare in vigore il famigerato Paragraph 175 mentre in Inghilterra c'erano diverse leggi contro i gay, alcune cancellate definitivamente solo a ridosso del 21 secolo.

"Crucifix", di Elisabeth Orson Wallen
In Italia non esistevano leggi antiomosessuali, ma l'omofobia era diffusissima e gli omosessuali vivevano nel terrore di essere scoperti. La Chiesa cattolica esercitava una forte pressione di controllo sociale e nessuno dei principali partiti politici intendeva occuparsi delle persone omosessuali in maniera positiva ed antidiscriminatoria fino agli anni '70-80.

Ci furono addirittura proposte di legge che volevano introdurre anche in Italia il "reato di omosessualità", per fortuna rimaste poi nel cassetto. L'omosessualità veniva spesso usata come pretesto per denigrare o allontanare qualcuno da un partito, come nel caso di Pasolini dal PCI.

Palmiro Togliatti
E' in questo contesto, che vogliamo citare anche la recente intervista di Rosario Crocetta (PD) -Sindaco di Gela, a "Klauscondicio" di Klaus Davi sull'omofobia di Palmiro Togliatti, come riportato anche su un articolo di Gaynews: "Togliatti? Era fascista con gli omosessuali.

Zeno Menegazzi






(1) Non sono in molti, al di fuori dei diretti interessati, a sapere che l'azione di Joseph MacCarthy finì per danneggiare notevolmente gli ebrei americani. Un interessante articolo sull'argomento, però velatamente antisemita (l'autore è un conservatore che ritiene che gli ebrei non possano che andare contro le politiche che egli propugna - non gli viene in mente che ogni persona ha la sua testa, e non è detto che le sue scelte politiche siano fatte per lealtà etnica o religiosa), è questo.

Ofir Akunis
La cosa è balzata agli occhi però quando un cretino che fa anche il deputato alla Knesset (il parlamento israeliano) per il Likud, Ofir Akunis (sito Knesset, sito personale, Wikipedia), che si è distinto per aver caldeggiato una proposta di legge che limitava i finanziamenti stranieri alle organizzazioni non-governative israeliane (le quali fanno un lavoro egregio documentando i disastri che provoca l'occupazione sia ai palestinesi che alla fragile democrazia israeliana), ha dichiarato in una trasmissione televisiva israeliana il 4 dicembre 2011, secondo quest'articolo di Haaretz (l'equivalente israeliano de "la Repubblica"), che MacCarthy "aveva ragione in ogni parola".

Lui ha cercato poi di ritrattare precisando che MacCarthy aveva ragione quando parlava del pericolo dell'infiltrazione di agenti sovietici negli USA (in realtà le spie sovietiche in America furono più abili che numerose, e non c'era motivo di trasformare il controspionaggio in un'isteria di massa) - ma viene il sospetto che lo abbia fatto solo quando sono arrivate telefonate ed e-mail inviperite da parte di ebrei americani, magari di destra e sostenitori del Likud, ma che sapevano per esperienza diretta, dei loro genitori, e dei loro nonni quanto danno agli ebrei avesse recato il maccartismo.

Curioso: quando si tratta di antisemitismo, gli ebrei hanno una memoria di elefante non inferiore a quella dei gay quando si tratta di omofobia - ma questo cretino l'ha proprio formattata! E non è l'unico.

Nota in calce di Raffaele Ladu

domenica

Ontologia e genere

Uno dei libri della nostra biblioteca è:
Era stato acquistato perché l'ontologia è la branca della filosofia che si occupa della struttura della realtà, perciò (anche nella versione ingenua di chi non l'ha mai studiata) è alla base di ogni tentativo di organizzare la conoscenza, ed approfondirla è quindi indispensabile per ogni bibliotecario ed anche per ogni informatico.

Il libro da una parte affronta la storia della disciplina, da Parmenide fino a Quine ed ai contemporanei, dall'altra mostra come l'ontologia non sia solo una disciplina filosofica, ma anche una scienza applicata, che aiuta a migliorare le classificazioni che si fanno della realtà (un problema pressante non solo per i bibliotecari, ma anche per i biologi, ad esempio) ed anche a mettere in relazione classificazioni nate indipendentemente le une dalle altre (problema importante non solo per gli informatici che  devono unire dati tratti da diversi database, ma anche ad esempio per gli studiosi di diritto comparato, i quali sanno per dolorosa esperienza quanto spesso "tradurre" equivalga a "tradire").

Il libro è una raccolta di saggi, ed uno di quelli che si è riservato il curatore, Maurizio Ferraris (1956-vivente), è d'interesse LGBTQI, in quanto permette di inquadrare validamente la categoria di "genere".

Parmenide secondo Raffaello
Il saggio si intitola "Scienze sociali" ed è alle pagine 475-489 del volume; in esso Maurizio Ferraris riassume la sua personale ontologia, che divide la realtà in:
  1. Oggetti fisici;
  2. Oggetti ideali;
  3. Oggetti sociali.
Gli oggetti fisici sono durevoli (ma non eterni), ed occupano una porzione dello spazio-tempo; un esempio ovvio è un edificio, che dal momento della sua costruzione a quello della sua distruzione occupa una porzione di suolo ed un volume nello spazio - e cosa importante da ricordare è che ogni oggetto fisico esiste indipendentemente dalle persone che entrano in relazione con esso: un edificio continua ad esistere anche se si trova su un'isola deserta di cui si è perso il ricordo e di cui nessuno stato rivendica la sovranità, e nessuna persona di quell'edificio rivendica la proprietà.

Gli oggetti ideali (nella concezione di Maurizio Ferraris - io non la condivido del tutto) sono eterni, ma immateriali: non occupano spazio, ma come gli oggetti fisici esistono indipendentemente da chi li pensa. Un esempio interessante è il Teorema di Pitagora: esso esisteva da prima che fosse dimostrato, e continuerà ad esistere anche qualora fosse dimenticato (1).

Il caso più controverso è dato dagli oggetti sociali; l'ontologia di Maurizio Ferraris si ispira nel trattarli a John R. Searle (1932-vivente; di lui abbiamo Creare il mondo sociale : La struttura della civiltà umana [Raffaello Cortina Editore, Biblioteca Oberon]) ed a Jacques Derrida (1930-2004; di lui purtroppo non abbiamo nulla, ma vedremo di rimediare presto), ed attribuisce loro queste caratteristiche: sono durevoli (ma non eterni), la loro esistenza dipende dalle persone che ne riconoscono la validità, ed occupano una porzione dello spazio-tempo non determinata a priori.

Il modo più facile di parlarne è ricorrere ad un esempio; un semplice caso è quello dell'opera dell'ingegno: essa nasce nel momento in cui viene composta, presuppone un lettore (od un ascoltatore, od uno spettatore), e può esistere in varie forme: cartacea, elettronica, microfilmata, sotto forma di iscrizione, di film, di audiolibro, ecc., ognuna delle quali occupa una porzione dello spazio-tempo - anche nel caso ormai raro in cui si tramandi solo oralmente, in quanto chi la recita deve comunque averne la traccia neurale nel cervello.

Maurizio Ferraris
Ma il caso che più ci interessa (il solo di cui parla Maurizio Ferraris) è quello di un'istituzione sociale, come ad esempio il matrimonio: esso è durevole (anche se non più indissolubile), la sua esistenza dipende dal riconoscimento sociale, e nella nostra cultura è creato da un atto solenne, cioè da un documento scritto redatto secondo particolari formalità in una cerimonia condotta ad un pubblico ufficiale.

In altre culture (come nell'antica Roma, nel mondo cattolico prima del Concilio di Trento e tuttora in alcuni stati USA) non è obbligatorio l'atto scritto per un matrimonio, ed una coppia che si comporta come se fosse regolarmente sposata la si considera regolarmente sposata - ciò non vuol dire che non esista il "documento": vuol dire che esso è dato dalle tracce neurali nei cervelli dei due coniugi e di tutti coloro che li (ri)conoscono come coppia coniugata.

Jacques Derrida
Lo stesso Maurizio Ferraris dice che la sua ontologia degli oggetti sociali si risolve in una "documentalità" (sulla falsariga della filosofia di Jacques Derrida, per cui "Nulla è fuori dal testo"), ovvero una scienza della trattazione dei documenti che sono il substrato fisico degli oggetti sociali; che un oggetto sociale possa avere diversi substrati intercambiabili è più evidente quando si parla non del matrimonio, ma del denaro: esso può esistere sotto forma di conchiglia, di moneta di metallo prezioso, di banconota, di assegno, di carta prepagata, di saldo di un conto corrente od un libretto di risparmio, eccetera.

L'interesse LGBTQI per questa trattazione si condensa nella domanda: il genere è un oggetto fisico, ideale o sociale?

Il genere non è un oggetto fisico, perché non è riconducibile a nessuna conformazione corporea, come provano le persone intersessuali (vedi qui le considerazioni in proposito dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, che afferma esplicitamente che "il genere, tipicamente descritto in termini di mascolinità e femminilità, è una costruzione sociale che varia tra le diverse culture e nel tempo"); resta il dubbio (anche se l'OMS ha già ipotecato la risposta) se sia un oggetto ideale o sociale.

Se il genere fosse un oggetto ideale, dovrebbe essere eterno ed indipendente da tutti gli individui - dovrebbero esistere maschi e femmine astratti anche se non esistessero esseri biologici, e credo che nessun biologo sosterrebbe mai questo (certo non l'Organizzazione Mondiale della Sanità - rileggete quest'articolo): questi ricorderebbe invece che per convenzione si definiscono "maschio" il membro di una specie che produce la cellula germinale più piccola e mobile (nel caso umano, lo spermatozoo), e "femmina" quello che produce la cellula germinale più grande ed immobile (nel caso umano, l'ovulo).

Inoltre, oltre alle specie "monoiche" od "ermafrodite", in cui il medesimo individuo produce gameti di ambo i tipi, esistono specie "isogame", in cui tutti i membri producono cellule germinali delle medesime dimensioni, ed in cui non si parla di "sesso" o "genere", ma tuttalpiù di "mating type = tipo sessuale".

Ermafrodito
Per i micologi (gli studiosi dei funghi, che dal 1817 sono considerati un regno a sé stante, indipendente dalle piante, dagli animali, e da altri regni ancora) l'argomento dei mating types è sconfinato, e costoro hanno notato che:
  • in alcune specie ce n'è uno solo, e chiunque può riprodursi con chiunque;
  • in altre specie se ne sono riscontrati migliaia;
  • in molte specie ce ne sono solo due - ma non è detto che siano permanenti: nei lieviti si è riscontrato il "mating type switch", ovvero in una coltura in cui è presente un solo mating type alcuni individui passano al mating type complementare, consentendo così la riproduzione sessuata, creando una situazione affine a quella dell'ermafroditismo successivo di molti pesci.
L'autore biblico, quando ha scritto "Wa-yyivra Elohim et ha-adam b:-tzalmo, b:-tzelem Elohim bara oto, zakhar u-n:qevah bara otam = Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina" (Genesi 1:27 -  traduzione della Nuova Riveduta) si riferiva prudentemente solo all'uomo, ma non è biologicamente pensabile che l'uomo sia così diverso dal resto dei viventi da rendere il sesso ed il genere di nascita costitutivi della sua identità in un modo che per essi non vale.

rav Samson Raphael Hirsch
Rav Samson Raphael Hirsch (1808-1888) era digiuno di biologia, e commise l'errore di scrivere (così riassume lo Stone Chumash, ad loc.), che, sebbene tutte le creature viventi fossero state create maschio e femmina [questo è l'errore], il fatto era esplicitato soltanto nel caso degli esseri umani, per rimarcare che ambo i sessi erano stati creati da Dio a Sua immagine.

L'errore di biologia manifesta comunque una corretta premessa di metodo: quando si tratta di sesso e genere, l'uomo non può essere diverso dal resto dei viventi.

E la possibilità di interpretare letteralmente Genesi 1:27 è uguale a quella di interpretare altrettanto letteralmente Giosué 10:12: "Shemesh, be-Giv3on dom, we-yarea7, be-3emeq Ayyalon = Sole, fermati su Gabaon, e tu, luna, sulla valle di Aialon" [traduzione Nuova Riveduta].

Resta la possibilità che il genere sia un oggetto sociale, come la cittadinanza, il titolo di studio, lo stato di famiglia, l'appartenenza etnica o religiosa, la lingua parlata, eccetera.

Anche una cosa che sembra un oggetto fisico come la "razza" è un oggetto sociale - e se ne rendevano perfettamente conto anche gli autori delle leggi razziali fasciste, che giudicavano una persona ariana o non ariana anche sulla base di dati sociali e culturali, non solo somatici o genealogici (vedi La legge della razza : Strategie e luoghi del discorso giuridico fascista / Silvia Falconieri. - Bologna : il Mulino, 2011 [il Mulino, Biblioteca Oberon]) - con ciò prevenendo le obiezioni più elementari degli antirazzisti (i quali hanno ovviamente ragione, ma non devono sottovalutare l'intelligenza dell'avversario).

Il concetto di genere è altrettanto ingannevole: sembra evidente il suo correlato fisico, ma ad un esame attento (come quello che ho abbozzato) si scopre che trattarlo come un oggetto fisico porta a delle contraddizioni insolubili - e si è obbligati a riconoscerlo come oggetto sociale.

Più interessante, anche se esula dal discorso strettamente LGBTQI, è questa domanda: Dio, che oggetto è?

L'ontologia dell'Eterno non è un argomento facile, e sarebbe di competenza della teologia; qui posso dire che, ad adottare la tripartizione di Maurizio Ferraris, è possibile giungere a risultati inattesi.

Che Dio non sia un oggetto fisico, sembra assodato in tutti i tre monoteismi (diciamo che è stato il loro merito principale l'averlo chiarito), anche se c'è stato chi, prima che Maimonide affermasse che tutte le allusioni bibliche al corpo di Dio (come ad esempio in Salmo 136.12: "Be-yad 7azaqah u-vi-z:ro3a n:tuyah = Con mano potente e braccio teso" [Nuova Riveduta]) sono metafore, scrisse un trattato mistico intitolato "Shi3ur Qomah = La misura della statura" in cui si descriveva il Suo corpo attribuendo ad ogni sua parte proporzioni stellari - lo si può leggere sul web oppure nel libro Mistica ebraica : Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo / A cura di Giulio Busi ed Elena Loewenthal. - Torino : Einaudi, 1995 (Einaudi).

Si avverte che il testo è importante per lo storico delle idee, ma alcuni studiosi hanno osservato che la paradossale immensità del corpo divino ivi descritto potrebbe essere una velata riduzione all'assurdo delle opinioni di chi era davvero convinto della corporeità di Dio - non si mette quindi in discussione la tradizionale dottrina monoteistica per cui Dio non ha corpo, se non per riaffermarla.

I tre monoteismi sembrano concordare che Dio è un oggetto ideale: non ha corpo, non occupa spazio, egli precede e causa tutta la creazione, è eterno ed esiste indipendentemente da chi lo pensa o gli crede ... ma c'è un brano del Midrash, notissimo e citatissimo, che dice (tradotto da qui):
Midrash Tehillim
We-attem 3eday - neum YHWH, we-ani El = Voi siete miei testimoni, oracolo del Signore, ed io sono Dio (Isaia 43:12 - Nuova Riveduta) [significa] Se voi siete miei testimoni, oracolo del Signore, io sono Dio, e se voi non siete i miei testimoni, per così dire, io non sono il Signore (Midrash Tehillim, commento al Salmo 123:1 - con paralleli in Pesiqta d'Rav Kahana e Mekhilta).
Le interpretazioni più comuni del brano non mettono in discussione l'essere Dio un oggetto ideale, ma si concentrano sul concorso necessario dell'uomo nell'attuazione del piano divino: Dio vuole che sia l'uomo ad iniziare l'opera, per poi completarla - se l'uomo non agisce, Dio non interviene, nemmeno per impedire un male come Auschwitz.

Emil Ludwig Fackenheim
A questo proposito si cita spesso un altro midrash secondo cui il Mar Rosso non si sarebbe aperto finché Nason (Na7shon in ebraico - citato per la prima volta in Numeri 1:7 e definito capo della tribù di Giuda in Numeri 10:14) non entrò in acqua - soltanto quando l'acqua raggiunse la sua testa Dio aprì le acque; rav Emil Ludwig Fackenheim (1916-2003), uno dei più lucidi teologi ebrei dell'Olocausto, dice che ora il popolo ebraico dev'essere un Nahshon collettivo, in prima fila perché la Shoah non si ripeta ed Hitler non abbia vittorie postume.

Se dal punto di vista teoretico Dio rimane un oggetto ideale, dal punto di vista pratico la sua efficacia viene grandemente menomata dalla necessità che un uomo agisca perché ispirato da Lui - la parola "k:vikhol = per così dire" che si trova nel midrash non è in grado di impedire che proprio questo midrash (insieme con i successivi commenti) Gli attribuisca la stessa possibilità di influenzare la realtà umana degli oggetti sociali.

Per Karl Raimund Popper (1902-1994 - val la pena citarlo, anche se la sua ontologia, espressa nel libro I tre mondi : Corpi, opinioni e oggetti del pensiero / Karl Raimund Popper. - Bologna : il Mulino, 2012 [il Mulino, Biblioteca Oberon], non gode di gran fama e Maurizio Ferraris lo ignora nel suo libro), un oggetto è reale se ha un effetto causale sulla realtà, e perciò lo status ontologico di un oggetto si misura dal modo in cui esercita quest'effetto: un oggetto fisico od ideale (2) non ha bisogno dell'intervento umano per causare, un oggetto sociale sì.

E qui, volendo, si torna ad un famoso passo del Primo Testamento: "Amar naval belibbo: ein Elohim = Lo stolto ha detto in cuor suo: 'Non c'è Dio'" (Salmo 14:1 - Nuova Riveduta), che va inteso (lo affermano ebrei e cristiani) non nel senso che lo "stolto" in questione neghi l'esistenza dell'Eterno, quanto nel senso ch'egli è convinto che Dio non intervenga nelle vicende umane e non le giudichi - in quanto il nome divino "Elohim" viene inteso come l'espressione dell'attributo della Giustizia. Per l'autore biblico l'esistenza dell'ente divino è indiscutibile; ciò su cui si interroga e si tormenta è se Egli sia capace di "fare la differenza".

Come dice Fackenheim nell'articolo citato, nel corso dei secoli gli ebrei sono andati al martirio sapendo che solo offrendo testimonianza di Lui, e facendoGli così "fare la differenza", ne facevano Dio - allo stesso modo in cui soltanto pagando un assegno la banca trattaria dimostra che non è un semplice foglio di carta, ma equivale al denaro contante, osservo io.

Judith Butler nel 2008
Dio risulta quindi per gli ebrei un oggetto sociale, più che ideale. In un articolo un po' confusionario che scrissi due anni fa, mettevo esplicitamente a confronto la concezione di Dio che emerge da questo midrash con la performatività del genere teorizzata dall'ebrea Judith Butler (1956-vivente), e l'ontologia di Maurizio Ferraris (ispirata in parte all'ebreo Jacques Derrida) mi permette di esprimere questo concetto in modo più chiaro e corretto (a quanto pare, non è solo l'ebraismo ricostruzionista a ritenere Dio un oggetto sociale).

Nel medesimo articolo avanzavo l'ipotesi che i fulmini vaticani contro le teorie di genere nascessero dal ragionamento del piano inclinato: concludere che il genere non è un oggetto fisico od ideale, ma sociale, rende più facile concludere che anche Dio è un oggetto sociale.

E qui salta la teologia cristiana (3), per le quali Dio non può essere che un oggetto ideale. Non vedo altra spiegazione per un accanimento che per la Chiesa cattolica può avere conseguenze assai più gravi del caso Galileo.

Raffaele Ladu



(1) Va detto che non tutti i matematici condividono il "platonismo matematico" di Maurizio Ferraris, e molti (come ad esempio Luitzen Egbertus Jan Brouwer [1881-1966] e la sua scuola, chiamata intuizionismo) ritengono che la dimostrazione non scopra un teorema, bensì lo costruisca - il teorema sarebbe quindi un'opera dell'ingegno come tutte le altre, ovvero un oggetto sociale.

Per approfondire il problema, non posso consigliare che il saggio di Francesca Boccuni (?-vivente) sull'argomento pubblicato alle pagine 558-580 del medesimo libro di Maurizio Ferraris che sto discutendo.

(2) L'argomentazione di Maurizio Ferraris presume che i triangoli rettangoli ubbidiscano al Teorema di Pitagora anche se nessuno se ne può accorgere - perché non li vede, o non conosce il teorema.

(3) La teologia islamica (kalam) è un caso abbastanza particolare: nella sua versione ora standard, quella ash'arita, l'unico essere che causa alcunché è Dio - nell'efficace descrizione che del kalamMosé Maimonide (1138-1204) nella sua Guida dei Perplessi, si arriva al punto che, se una persona scrive, è Dio che fa scomparire l'inchiostro dalla penna e lo fa apparire sul foglio di carta.

Questa concezione filosofica è detta in gergo occasionalismo; quello che vale la pena notare è che, se (come diceva Popper) essere = causare, questo significa che a dare un'interpretazione ontologica della teologia islamica, l'unico essere reale è Dio, perché è non semplicemente la causa prima (come nelle teologie ebraica e cristiana, ispiratesi in questo ad Aristotele), ma l'unica causa di ogni evento.

Essendo il Dio della teologia islamica eterno, immateriale, ed indipendente dall'opinione che si ha di lui, Egli non può essere che un oggetto ideale - e le categorie degli oggetti fisici e sociali sono vuote, in quanto nessun ente diverso da Dio è reale nel senso che è capace di causare alcunché.

Un altro oggetto ideale, secondo la teologia islamica ash'arita (sono note le polemiche di chi è di opposta opinione, come i mu'taziliti, e chi, come Nasr Hamid Abu Zayd [1943-2010], autore di questo libro, vorrebbe ricreare il loro movimento), sarebbe il Corano, che per gli ash'ariti è eterno ed increato (la presunta versione originale viene chiamata "Lawh mahfuz = Tavola ben custodita" oppure "Omm al-kitab = la Madre del libro" - vedi qui).

Ma, se secondo gli ash'ariti solo Dio può causare alcunché, e questo privilegio non lo condivide neppure con l'eterno ed increato Corano, quest'ultimo non è "reale" secondo il criterio che ho tratto da Popper - reale invece è la Torah, per gli ebrei creata da Dio prima dell'Universo (anzi, ne sarebbe stato il progetto), ed appunto perché creata fa parte degli oggetti sociali.

Tornando all'islam ash'arita, non ha senso a questo punto neppure chiedersi se noi esistiamo autonomamente o siamo solo pensieri nella mente di Dio - il filosofo taoista cinese Zhuangzi (4° Secolo AEV - Adelphi), che una volta sognò una farfalla ed al risveglio si chiese se invece lui non fosse un essere sognato dalla farfalla, si sarebbe trovato in ottima compagnia con Al-Ash3ari (874-936), Al-Ghazali (1058-1111), Ar-Razi (1149-1209), i prìncipi di questo indirizzo teologico islamico.

Dal ritegno di Dio ad agire senza l'iniziativa dell'uomo (ebraismo) si arriva all'impossibilità dell'uomo di causare alcunché, perché solo Dio può farlo (islam) - i monoteismi offrono una grande varietà di opinioni.

Spaccature e conflitti nella realtà Trans italiana?



Il coordinamento Trans Sylvia Rivera critica il documento congressuale di Arcilesbica in riferimento a "spaccature" nel movimento italiano Transgender.
Sono convinto che ciò che Arcilesbica ha scritto nel suo documento politico congressuale, sia documentato e corrisponda al vero; come penso che sia brutto costume da parte di certi movimenti considerarsi unici ed esclusivi rappresentanti di specifiche comunità di persone.

Zeno Menegazzi
Attivista Lgbt e socio Arcilesbica Verona

Primo Documento 2012 del Coordinamento Trans Sylvia Rivera
Ringraziamo Arcilesbica per l’invito a partecipare al loro congresso e averci dato la possibilità di esprimerci rispetto al suo documento congressuale. Non entriamo nel merito di tutto il documento ovviamente, ma riteniamo importante dare una risposta alla frase riportata dal documento - Differente è il nostro sguardo nei confronti della realtà trans*, che vediamo attraversata da pesanti spaccature e conflitti e che non offre, a nostro avviso, un’automatica e precisa scelta di partnership che sia adeguatamente rappresentativa a livello nazionale dell’universo transessuale e transgender e/o sufficientemente‘collaudata’ nella condivisione di metodi e obiettivi-. Leggere nelle parole del documento di “pesanti spaccature e conflitti” del mondo T ci ha piuttosto sorpres*, perché in realtà è vero l'esatto contrario! Ci piacerebbe però capire da Arcilesbica cosa vi ha fatto pensare ciò, quali sono stati i fattori oggettivi, oppure anche solo "di sensazione". E' importante capire ciò per meglio veicolare le informazioni in futuro e per far sì che l'idea di poche persone (seppur importante) possa non inficiare il lavoro che molte altre fanno da anni sul proprio territorio e, insieme, su tutto il nazionale. *** All’inaugurazione del nuovo Consultorio Transgenere a Torre del Lago Il 17 Dicembre 2011 il Coordinamento Trans Sylvia Rivera si è riunito in assemblea per fare il punto sull’esistente, tracciare i possibili percorsi per il futuro e su questo darsi degli obiettivi. Dopo una pausa, delle riunioni ma non delle attività interne, durata oltre un anno, le principali associazioni trans italiane riunite in quel contesto hanno sentito il bisogno e l’esigenza di dare forma e sostanza al Coordinamento stesso, ai suoi rapporti interni, a quelli con il movimento GLBT e, in generale, con quella preziosa rete sociale, culturale e politica di cui ci sentiamo parte e che “orgogliosamente” abbiamo contribuito a creare. Non è stato facile, nè scontato trovare un percorso unitario che garantisse l’autonomia dei singoli, ma il semplice fatto di ritenerlo necessario è stato senza dubbio il collante migliore. Il Coordinamento Sylvia Rivera si è formato nel 2006 alla presenza di tutte le associazioni trans italiane, per confrontarsi sulla questione della “malattia rara”(proposta dell’ONIG per sostituire l’attuale “disordine dell’identità di genere) e su problematiche che riguardavano tutti i soggetti presenti. Le sue azioni, metodologie e strategie sono state sempre improntate al massimo della trasparenza e della condivisione nel rispetto dello spirito di unità con cui esso è nato. L’interesse sulla questione “patologia” e “medicalizzazione” del percorso transessuale è stato sempre centrale all’interno del Coordinamento. Lo stesso tema, insieme a - senso e significato della storia trans - e - le parole che ci nominano- fu tema di confronto e dibattito del seminario Il Transito secondo i transitanti (Arezzo 9-11 Maggio 2008) un momento di approfondimento ed elaborazione di pensiero molto importante. La pubblicazione di Elementi di Critica Trans, che di quel seminario è l’atto scritto, rappresenta per noi (e non solo), il momento più avanzato di elaborazione politica, filosofica e culturale del Movimento Transessuale e Transgender in Italia. L’esperienza del Coordinamento ha risentito nel bene e nel male di tutte le vicissitudini e turbolenze che hanno attraversato il movimento GLBT negli ultimi anni, dovute quasi sempre alla particolarità del clima culturale e politico del paese segnato dalla recrudescenza delle destre, del conservatorismo religioso e da logiche elettorali partitiche. Durante il percorso ci sono state delle criticità legate a incomprensioni e ambiguità dettate più da logiche esterne ed estranee che da motivi reali, tutti fattori che hanno pesato sugli equilibri e le energie del Coordinamento stesso. Fortunatamente il tempo ha fatto si che quelle logiche, insieme alle strategie a cui esse rimandavano, si palesassero insieme alla loro ambiguità. Il Coordinamento è sempre più riconosciuto, anche all’esterno del mondo lgbt, come soggetto principale di interlocuzione politica, questo per noi è un grande traguardo, costruito non senza fatica, perché ogni volta che ci si allarga nella condivisione, si perde anche un po’ della propria identità. Noi tutte e tutti abbiamo provato a rinunciare a una parte della nostra singolarità per un obiettivo comune più grande, e questo non è un compito facile, soprattutto per la smania di protagonismo che pervade il mondo trans e, forse, quello lgbt in generale. Ad oggi le firme che compongono realmente e concretamente il coordinamento testimoniano la capacità di raccogliere ed elaborare le istanze della comunità trans, senza dover ricorrere alle logiche di reale o presunta rappresentatività. Il Coordinamento si è posto e continua a porsi come ponte nel rapporto tra mondo scientifico/accademico, mondo associativo ed esperienza transessuale, aprendo al dialogo, alle collaborazioni e alla comunicazione tra piani e livelli diversi ma non per questo separati, riconoscendo in tale confronto quel giusto equilibrio imprescindibile in qualsivoglia percorso di emancipazione delle persone transessuali. Comune denominatore delle realtà costituenti il Coordinamento è l’operatività, quello “sporcarsi le mani” nel dare risposte a bisogni, problemi e questioni reali che caratterizzano la vita delle persone transessuali. Con tutti i limiti che la difficile realtà italiana ci impone siamo riusciti con fatica a costruire e proporre un sistema condiviso e soprattutto riconosciuto di buone pratiche (servizi, progetti, azioni utili) spesso indispensabili, che agisce a livello locale e nazionale. Tutto questo per noi è un grande risultato che rivendichiamo con orgoglio. Per quanto detto e soprattutto per quanto è stato costruito, abbiamo bisogno di interlocutori validi con cui dialogare, per instaurare rapporti leali e costruttivi che pongano le basi per una più elevata qualità della vita, per un benessere che non è solo fisico e psicologico ma soprattutto culturale…di cui nel nostro paese tutte e tutti sentiamo la mancanza.

Il Coordinamento Trans Sylvia Rivera composto da: Ala Sportello Trans (MI), ATN (Associazione Transessuali Napoli), Consultorio Transgenere (Toscana), Gruppo Luna Maurice (TO), MIT Bologna, Associazione Princesa (GE), SAT Circolo Pink (VR). Aderisce e sottoscrive il documento Associazione Libellula (Roma)

Le Vittime senza nome dell'Olocausto


Omosessuali, rom, disabili le vittime senza nome dell'Olocausto Eccidi dimenticati. 

Sperimentazioni a lungo negate, per lo più su bambini. Accanto agli ebrei, sono centinaia di migliaia le persone morte nei campi di sterminio nazisti Venerdì 27 Gennaio 2012 da la Repubblica in Approfondimenti
Aktion T4, Porrajmos e Omocausto. 
Hanno un nome, quelli che in molti definiscono gli Olocausti dimenticati. Disabili, rom e omosessuali sterminati durante gli anni del nazismo, grazie anche al ruolo svolto dai regimi fascisti collaborazionisti. Spesso non hanno più un volto e una voce, perché furono in pochi a sopravvivere ai folli piani di sterminio messi in atto da Hitler e a poter, quindi, trasmettere quella Memoria, fondamentale per tramandare le atrocità commesse dall'uomo. Anche la matematica dell'orrore, quella che dovrebbe documentare e far comprendere nella sua brutalità numerica, con le cifre delle persone morte, la portata di questo sterminio, deve fare i conti con documenti fatti sparire o con (è il caso dei rom) l'assenza di una tradizione scritta. Oppure, come avviene per i gay, con la negazione della loro omosessualità, anche dopo la liberazione dai campi di concentramento. Anche i Testimoni di Geova furono perseguitati, tra il 1933 e il 1945 (diecimila internati, prevalentemente tedeschi): a loro veniva anche offerta - invano - la possibilità di rinunciare al loro credo religioso, in cambio della libertà. Olocausti che - come hanno fatto notare, non senza qualche polemica, alcune associazioni - si è spesso cercato di dimenticare. E sono proprio le associazioni come l'Avi (per la tutela delle persone disabili), Arcigay e Gay Center, Opera Nomadi e Aizo (rom e sinti) ad aver organizzato, nella settimana della Memoria, alcuni eventi, in tutta Italia, per cercare di far conoscere, ad esempio, l'Aktion T4, il programma nazista di eutanasia che, in nome dell'igiene della razza cara ai nazisti, portò alla soppressione di almeno 70mila persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da malformazioni fisiche. O l'Omocausto, che portò alla morte di almeno 7mila omosessuali nei campi di sterminio nazisti (oltre alle decine di migliaia di persone che vennero condannate sulla base del Paragrafo 175, quello che puniva gli atti e, persino, le fantasie omosessuali). E, infine, lo Porrajmos, che in lingua romaní indica la "devastazione": furono più di mezzo milione i rom e i sinti morti nei campi di sterminio. I piani di sterminio degli zingari vennero attuati non soltanto nei territori annessi dal dominio nazista, ma anche da parte dei governi collaborazionisti, come la Romania e la Jugoslavia, che furono, insieme alla Polonia, tra i principali teatri di questa persecuzione. Ad Auschwitz erano rinchiusi nel tristemente noto Zigeunerlager, ed erano contraddistinti dal triangolo marrone. Come Barbara Ritter, cecoslovacca rom, scomparsa due anni fa. Una delle poche persone a raccogliere la sua testimonianza, durante un incontro che si è tenuto a Ginevra, è stata Carla Osella, presidente dell'Aizo (Associazione Italiana Zingari Oggi). A lei ha raccontato della deportazione nel campo, nel reparto dell'"angelo della Morte", quel Josef Mengele noto per i suoi esperimenti medici e di eugenetica che svolse usando come cavie umane i deportati, anche bambini. "Barbara venne rinchiusa nel lager di Mengele, e qui sottoposta ad una serie di esperimenti. Le inocularono la malaria, per vedere se era in grado di guarire. Non morì, a differenza di tante persone, tutti bambini, che erano con lei", racconta Osella. "Uno dei racconti più atroci che mi fece, fu quello che vide per protagonista un bimbo, ad Auschwitz. Per tenere buoni i bambini, Mengele era solito dar loro della cioccolata. Un giorno prese uno di questi e, proprio di fronte a Barbara, gli sparò, senza alcuna apparente motivo". Barbara assistette anche a numerosi tentativi di ribellione, da parte dei rom, nei confronti dei soldati nazisti. "La Ritter si salvò, perché, dopo essere stata trasferita a Buchenwald, riuscì a fuggire, mentre chi era rimasto ad Auschwitz fu ucciso", ricorda ancora la presidente dell'associazione. Ma i racconti come questo sono pochi. "Non ho notizia, in Italia, di nessun rom sopravvissuto all'Olocausto, che sia ancora in vita - dice Massimo Converso, presidente dell'Opera Nomadi - E poi c'è il problema, a livello di trasmissione della memoria, dell'assenza di una tradizione scritta. I rom erano spesso analfabeti". Mezzo milione i morti certi, anche se di moltissimi zingari si è persa ogni traccia, senza che si possa dire con certezza che siano stati uccisi dai nazisti. E questo potrebbe spiegare perché altre stime parlino di un milione e mezzo di morti. In provincia di Viterbo, a Blera, ne vennero chiusi una cinquantina in un campo di concentramento repubblichino, sconosciuto ai più. "Dal settembre del 1943 al giugno del 1944", spiega Converso, che ieri, a Roma, ha preso parte alla tradizionale fiaccolata che ricorda i rom uccisi. Silvia Cutrera, a capo dell'Avi (associazione per la vita indipendente) è, invece, riuscita a intervistare il tedesco Friedrich Zawrel: classe 1929, venne internato nello "Am Spiegelgrund", un ricovero, a Vienna, per bambini "disturbati mentalmente", e che, sotto il Terzo Reich, fu trasformato in "centro dell'orrore". Era considerato affetto da comportamento deviato, perché figlio di un alcolizzato non in grado di prestare servizio militare: in più aveva anche marinato alcune lezioni, a scuola. "Ha personalmente assistito agli esperimenti condotti sui bambini, ricoverati insieme a lui - racconta la Cutrera - Non venivano uccisi, ma si somministravano loro farmaci, per vedere chi riusciva a vivere più a lungo oppure per studiare le loro reazioni. Anche lui fu costretto a prendere medicine letali". Dopo aver subito molestie e violenze, ha cercato di fuggire. Riacciuffato, è stato segregato per un anno in una cella di isolamento: è riuscito a salvarsi soltanto grazie all'aiuto di una infermiera. Rosa era, invece, il colore del triangolo che indicava, nei campi di concentramento, gli omosessuali. "Le stime sui morti, in questo caso, sono difficilissime - racconta Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center - perché molti non volevano ammettere di essere omosessuali. Altri vennero portati nei campi di concentramento per altri motivi e, quindi, la loro omosessualità non emergeva". "E' una storia cancellata, la loro", dice Porpora Marcasciano, presidente del MIT (movimento di identità transessuale), "anche per colpa di quel pudore cattolico che porta a censurare determinati argomenti. E bisogna considerare che molti gay erano anche deportati politici e non avevano alcuna intenzione di dichiarare il loro orientamento sessuale, anche una volta liberati". Tra i pochi - è forse l'unica, in Italia, a poter ancora ricordare quegli anni di persecuzioni - c'è la transessuale Lucy, che entrò nel campo di sterminio di Dachau come Luciano. E che, nel 2010, per la prima volta, è tornata a visitare il luogo dal quale è riuscita miracolosamente a salvarsi. Alcuni volti di omosessuali internati ad Auschwitz sono esposti, da giovedì, nell'ambito di una mostra, allestita a Roma, nella sede del Municipio XI, curata da Gay Center e Arcigay Roma, con il supporto della comunità ebraica di Roma e dell'Ucei. "Di Omocausto si è iniziato a discutere in Italia grazie a quegli studiosi, soprattutto tedeschi, che hanno sollevato il caso - osserva Aurelio Mancuso, presidente di Equality - Fino a non molto tempo fa, una ventina di anni fa, non si parlava affatto delle vittime omosessuali. C'erano anche difficoltà relative alle fonti e ai documenti". "Bisogna poi ricordare quelle centinaia di persone mandate al confino dal regime fascista - aggiunge Mancuso - e che, comunque, rientravano nelle persecuzioni dell'epoca contro gli omosessuali". Mancuso evidenzia anche il ruolo chiave svolto dalle comunità ebraiche italiane nel portare alla luce la questione dell'Omocausto: "Si è fatto molto lavoro comune, fondamentale per una memoria condivisa, e tanti rabbini si sono pronunciati in merito alle persecuzioni dei gay durante il periodo nazista". (di Marco Pasqua)

venerdì

L'egoismo della famiglia


Sto leggendo il libro Sex after Fascism : Memory and Morality in Twentieth-Century Germany / Dagmar Herzog. – Princeton : Princeton University Press, 2005, che tratta della sessualità in Germania dal regime nazista ad oggi.

Alle pagine 59-60 l’autrice Dagmar Herzog scrive:
Infatti, la storica Gudrun Schwartz ha espresso costernazione per il contrasto tra la facilità con cui i nazisti riuscirono a rendere appetibili alla popolazione le loro politiche antiebraiche e le difficoltà che sembrano avere incontrato nel convincere la maggior parte dei tedeschi che il matrimonio e la fedeltà coniugale erano ideali antiquati.
Temo che la spiegazione sia semplicemente elementare: la morale sessuale delle religioni abramitiche rappresenta “l’egoismo della famiglia”, che potrebbe essere frantumata dalla libertà sessuale delle donne (che farebbe nascere dei dubbi sulla paternità della generazione successiva) e dal non generare (che negherebbe alla famiglia un futuro).

La politica sessuale e razziale nazista voleva aumentare la fecondità degli individui superiori (tipicamente, gli ariani), sterilizzare gli inferiori, e sopprimere i nemici del “Volk” di cui il regime si era dichiarato rappresentante – gli ebrei rientravano nell’ultima categoria; i gerarchi nazisti erano conseguenti: se si volevano più figli, occorreva più sesso (eterosessuale!), e per loro l’unica cosa che contava erano le qualità genetiche dei possibili genitori.

Un esempio di questa concezione l’ha data il discorso di Himmler sull’omosessualità che abbiamo pubblicato qui, in cui si trova questo brano:
Fatte tutte queste considerazioni, non ci si deve scordare che la Germania è purtroppo diventata un paese urbanizzato per due terzi. Il villaggio non conosce problema alcuno. Il villaggio ha una soluzione sana e naturale di tutti questi problemi. Là, malgrado il pastore e la morale cristiana, malgrado un sentimento religioso che si mantiene da secoli, il giovanotto va a bussare alla finestra della sua bella. Così si risolve il problema. Certo, ci sono dei figli illegittimi, alcune persone che nel villaggio si agitano; ed il pastore è contento di avere un nuovo argomento per il sermone. I ragazzi fanno esattamente come in passato e - non vi lasciate imbrogliare - come nei tempi più antichi della nostra storia. Tutta la teoria inventata per favorire la causa secondo cui la ragazza tedesca, se ha la sventura di non sposarsi che a ventisei o trent'anni, ha vissuto come una monaca fino a quell'età, è una favola. Di contro, le leggi sul sangue erano rigorose: nessun ragazzo e nessuna ragazza si dovevano compromettere con un sangue di minor valore. La severità a questo proposito era estrema. E si era altrettanto severi su un'altra cosa: la donna infedele era punita con la morte, perché un sangue straniero rischiava di entrare nella famiglia. 
Tutto questo era naturale a quell'epoca, l'ordine era sano e ragionevole, andava nel senso delle leggi naturali, e non in senso inverso come oggi.
Il discorso è del Febbraio 1937, ma nell’Ottobre 1938 Himmler emanò un ordine controfirmato da Hitler alle SS ed alla Polizia (era il capo di entrambe), citato alla pagina 51 del libro di Dagmar Herzog:
Aldilà dei limiti delle leggi e dei costumi borghesi, forse altrimenti tuttora necessari, ci sarà inoltre anche al di fuori del matrimonio un’importante responsabilità per le donne tedesche e le ragazze di buon sangue, da non prendere alla leggera, ma invece con profonda gravità, cioè il diventare le madri dei figli dei soldati che stanno andando al fronte e di cui solo il destino sa se torneranno o cadranno in battaglia per la Germania.
Questa politica sessual-razziale nazista andava ovviamente contro “l’egoismo della famiglia”, perché la maggior parte dei tedeschi vedeva nella famiglia e nei figli di cui erano sicuri di essere i padri la loro assicurazione per il futuro, anche se il regime aveva ben altre idee.

Gli ebrei non erano invece l’assicurazione sul futuro di nessuno che non fosse dei loro – se “l’egoismo della famiglia” è un sentimento elementare, ci vuole una bella sofisticazione mentale per capire che chi lascia che un regime politico tratti delle persone come “senza valore”, autorizza quel regime a trattare anche lui come “senza valore”.

Oltretutto, va detto che il regime nazista era un maestro nel lanciare il sasso e nascondere il braccio: accusava gli ebrei di essere nemici della famiglia, di propagare la dissolutezza, la contraccezione, il libero amore, l’aborto e la pederastia – ma, salvo l’aborto e l’omosessualità (contro i quali operava un’apposito ufficio della Gestapo), tutte queste cose le facevano anche i nazisti.

Oltretutto, anche i nazisti sapevano fare quello che fanno alcuni autori pornografici (no, io ho un altro stile :-)): riempire un’opera di scene di sesso fingendo però disgusto, condanna morale, deprecazione, invettive contro il depravato che può essersi messo in testa ed aver messo su carta o celluloide queste cose – il risultato è che il lettore è stuzzicato comunque, ma l'autore si lava però la coscienza; alcune delle pubblicazioni naziste mostrate da Dagmar Herzog facevano dei confronti abbastanza ridicoli del genere: “Guardate il nudo indecente che presentavano gli ebrei nei loro spettacoli” (seguivano le foto), e poi: “Guardate il nudo schietto e naturale di cui sono capaci le donne tedesche grazie a noi!” (seguivano altrettante foto).

Nudi femminili nazisti
Fu notato che il soggetto più ritratto dagli artisti nazisti, dopo i paesaggi, erano i nudi femminili (ma non mancavano i maschietti, aggiungo io, ritratti in modo più … realistico che nella statuaria greca, anche se si dava ad intendere che dovevano essere visti non in modo lascivo, ma come incarnazione di una bellezza ideale) – e non era un caso, ma un modo per attizzare sessualmente i tedeschi.

Nudi maschili nazisti
Sui pettegolezzi che giravano durante il regime sulla promiscuità praticamente imposta nelle organizzazioni giovanili naziste, basti riferire quello che disse la figlia di Otto Klemperer, che disse di aver visto in un ospedale nazista tante giovinette quattordicenni o gravide o con la gonorrea – ed un parente di Klemperer vietò decisamente alla figlia di entrare in una di codeste organizzazioni.

Da secoli era attribuita agli ebrei una sessualità anormale e pericolosa pure per gli “ariani”, ed i nazisti approfittarono di questo pregiudizio per stimolare l’odio contro di loro; in ogni caso, secondo Dagmar Herzog, se negli anni '50 la Germania Federale divenne un paese abbastanza puritano, fu anche per reazione al nazismo – il tedesco maschio o femmina faceva della sua morigeratezza una sorta di dichiarazione di antifascismo.

Invece, nel 1946 il Reader's Digest aveva dovuto osservare che i soldati americani maschi che avevano liberato l'Europa, ad ovest del Reno dovevano tirar fuori il portafoglio prima di una parte del corpo, ad est ... potevano presentarsi a mani vuote - il nazismo aveva insegnato alle donne tedesche a soddisfare i loro appetiti, e specialmente con gli aitanti maschietti in divisa.

Se vogliamo trovare la differenza tra Max Marcuse (un sessuologo ebreo della Germania di Weimar che proclamò quello che molti non hanno ancora capito, ovvero che “scopo dell’attività sessuale è il piacere”, e sarebbe stato particolarmente vituperato dai nazisti perché ricordava a chi non voleva procreare che non esiste solo la vagina) ed Adolph Hitler, che diceva che se lui voleva che un soldato morisse senza condizioni, doveva permettergli di amare senza condizioni, possiamo dire che per Marcuse il piacere delle persone era la cosa importante, mentre per Hitler era capitale la generazione di ariani di prima qualità. Ambedue volevano rendere il sesso più facile e piacevole, ma per ben diversi fini.

Raffaele Ladu

giovedì

Sui prenomi


L'articolo non è un trattato filosofico, ma una risposta a caldo ad una sentenza che non mi è piaciuta, che potete leggere qui e si può così riassumere: dei genitori emigrati hanno trascritto il nome francese della loro figlioletta, Andrée, come Andrea – ed il tribunale di Mantova ha dichiarato che questo non si poteva fare perché (in Italia) Andrea è un nome maschile, e non si può perciò dare ad una bambina perché “non indica la corretta sessualità” (così dice l’occhiello del titolo).

Non ho potuto fare a meno di collegare codesta sentenza al nefasto decreto nazista dell’agosto 1938 in cui si individuava una lista di nomi ebraici (tra cui “Hamor”, che in ebraico vuol dire “Asino”, e perciò era stato inserito solo per disprezzo – il fatto che sia comune in Israele il nome “Anat = Asina” non è rilevante, perché non sempre quello che onora una donna loda un uomo), e si imponeva agli ebrei tedeschi il cui nome non appariva nella lista ad aggiungere “Israel” o “Sara” entro il 1 Gennaio 1939.

La sentenza ed il decreto si ispirano alla medesima logica: il nome deve manifestare un’essenza esattamente come l’etichetta indicare il principio attivo di un farmaco – ed il nome che, per commissione (nel caso dei genitori di Andrée) od omissione (nel caso degli ebrei perseguitati dai nazisti [1]), indica un’essenza della persona diversa da quella  “reale”, è una frode esattamente come un’etichetta che non indica quale principio attivo è presente ed in che dose.

Il problema è che le persone non si preparano in laboratorio, né la loro “essenza” è rilevabile con un’analisi chimica; il nome spesso viene usato per imporre un programma di vita ad una persona, e l’esempio meno raccomandabile è dato dalle “candele della memoria” di cui parla la psicoanalista israeliana Dina Wardi in questo libro: dei genitori che non hanno elaborato il lutto per la morte di una o più persone care (Dina Wardi lavora con i superstiti della Shoah, ma l’esempio è generalizzabile) sono tentati di farle rivivere nei loro figli, imponendo loro i nomi delle persone care, e pretendendo che essi non solo ne tramandino la memoria (come si fa normalmente), ma le reincarnino.

Il nome qui non è più un’etichetta che indica il principio attivo del farmaco, ma una ricetta per la sua preparazione; e gli scompensi che nascono quando si pretende che una persona viva al posto di un’altra (o di altre) sono particolarmente evidenti tra i pazienti di Dina Wardi, ma non limitati ad essi. Un caso simile è quello di David Reimer, che fu obbligato a vivere da femmina quando avrebbe voluto vivere da maschio – si cercò di preparare un prodotto per cui mancavano gli ingredienti.

Sono atteggiamenti abbastanza comuni, purtroppo; ma un altro atteggiamento comune suggerisce un ottimo rimedio.

In Italia molti maschietti hanno per secondo prenome “Maria” – ciò significa che non si vuole che essi reincarnino la Madonna, ma che siano sotto la sua protezione, e siano virtuosi come lei; per un motivo analogo molte donne ebree hanno tra i loro prenomi "Ester", la regina del coming-out; nei paesi mussulmani il prenome maschile più diffuso è “Mahmud” – perché i genitori vogliono che il loro figlio sia degno di lui; molte ragazze palestinesi hanno il nome di una città, che è quella da cui è stata esiliata od è fuggita la famiglia durante la Guerra d’Indipendenza o Nakba – perché i genitori vogliono che non si dimentichi da dove vengono; e l’attribuire ai propri figli il nome dei propri congiunti può essere inteso come l’augurio che siano degni di loro.

In tutti questi esempi (salvo forse quello delle ragazze palestinesi) il nome non indica un’essenza, ma una relazione che si vuole stabilire tra il figlio e delle persone con particolari qualità: la Madonna, Ester, Maometto, una città, i parenti. Non si chiede più al nome di dichiarare quello che una persona è, ma con chi o cosa si vuole che entri in rapporto.

E’ una logica postmoderna: l’identità non si basa più su un’essenza “obbiettivamente riscontrabile” (espressa dal pisello nel caso dei maschietti, fatto in un modo per gli etero ed in un altro per i gay, secondo il lombrosiano Giuseppe Falco [2], e dal naso nei sogni degli antisemiti, convinti che il gentile avesse un naso e l'ebreo un altro [3]), ma sulle relazioni che si stabiliscono.

Lascio ai giuristi stabilire se la sentenza mantovana è riformabile, ma faccio notare che il presupposto che il nome debba indicare inequivocabilmente se il latore è maschio o femmina ha poco senso anche dal punto di vista “moderno”: in Israele sono molto comuni i nomi “unisex” (Yarden, Yam, Yona, Simha, Liel, Shaiel, Gal, Agam, ecc. – ringrazio la mia amica Bianca per avermene fornito la lista parziale, a cui aggiungo Zohar), e non sono un problema per nessuno!

Per non parlare del fatto che in molti casi è vietato prendere in considerazione il sesso anagrafico di una persona, e nei casi in cui sia necessario conoscerlo, esso viene esplicitamente richiesto e non si chiede a nessuno di congetturare a partire dal suo prenome!

Nessuno può dire: “Si chiamava Andrea, la credevo un uomo, mi ha fregato!”

Raffaele Ladu



[1] Osservate che secondo la logica nazista, gli ariani non avevano bisogno di aggiungere al loro prenome “Hermann” o “Luise” – è la medesima logica per cui nella nostra società eterosessista chi è etero non ha bisogno di dichiararlo, perché incarna la persona “normale”, ed al suo confronto gli altri sono “anormali”, e tocca a loro “distinguersi”.

L'invito a discriminare non sta solo nell'"outing" imposto dalla legge, ma anche nell'individuare un'identità "normale" (gli ariani) alla quale contrapporre quelle "anormali" (gli ebrei, per cominciare).
[3] E' ovvio che il naso non distingue nessuno – tant’è vero che gli antisemiti hanno dovuto imporre agli ebrei lo “sciamanno” o la “stella gialla”; ma mi serviva un secondo grezzo esempio della logica di chi ritiene che il corpo debba manifestare l’essenza di una persona, e quando non riesce a trovare un dettaglio somatico rilevante, lo inventa.

Va inoltre aggiunto che secondo David Hirsch, citato da Matthew Biberman, l’epoca postmoderna comincia proprio con la Shoah, che portando alle estreme conseguenze gli assunti della modernità, ne ha rivelato le aporie.

Moderna è la logica sia della criticabile sentenza italiana che del nefasto decreto nazista, postmoderna la soluzione che propongo.

sabato

Hillary Clinton: "I diritti gay sono diritti umani"

http://radicali.it/20111209/hillary-clinton-diritti-gay-sono-diritti-umani-certi-diritti-pubblica-testo-integrale-itali

Hillary Clinton: 'i diritti gay sono diritti umani'.
Certi Diritti pubblica il testo integrale in italiano del discorso del Segretario di Stato americano per la giornata mondiale dei diritti umani

L'Associazione Radicale Certi Diritti ha tradotto il testo integrale dell’intervento del Segretario di Stato del Governo degli Stati Uniti, Hillary Clinton, tenuto il 6 dicembre a Ginevra alla più grande Conferenza mondiale mai organizzata dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNCHR), in occasione della giornata mondiale dei Diritti Umani alla quale hanno partecipato  oltre  145 paesi.
La  Ministra degli Esteri dell’Amministrazione Obama ha fatto un intervento di portata storica riguardo la difesa e la tutela dei diritti delle persone Lgbt sostenendo che: “I Diritti dei gay sono Diritti Umani”.
"Buona sera, lasciatemi esprimere il mio grande onore e piacere per essere qui. Voglio ringraziare il direttore generale Tokayev e la signora Wyden oltre agli altri ministri, ambasciatori, eccellenze e partner delle Nazioni Unite. Questo fine settimana celebreremo la giornata mondiale dei diritti umani, l’anniversario di una delle grandi conquiste dell’ultimo secolo.

Nel 1947, i delegati di sei continenti si sono impegnati a stilare una dichiarazione che affermasse le libertà e i diritti fondamentali delle persone ovunque esse vivessero. Nel secondo dopoguerra, molte nazioni sostennero una dichiarazione di questo tipo per aiutare a prevenire future atrocità e proteggere l’umanità e la dignità insita in ogni persona. E così i delegati si misero al lavoro. Discussero, scrissero, rividero, riscrissero per migliaia di ore. Incorporarono suggerimenti e revisioni proposte da governi, organizzazioni, e individui di tutto il mondo.

Alle tre del mattino del 10 dicembre 1948, dopo circa due anni di lavoro e un’ultima notte di dibattito, il Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite mise in votazione il testo finale. 48 nazioni votarono a favore, 8 si astennero, nessuna votò contro: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu adottata. Essa proclamava una semplice e potente idea: tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali nella loro dignità e nei loro diritti. Con la dichiarazione si è chiarito che i diritti non sono conferiti dai governi, ma appartengono a tutte le persone dalla nascita. Non importa in che paese viviamo, chi sono i nostri leader e persino chi siamo. In quanto umani, abbiamo diritti. E poiché abbiamo diritti, i governi devono proteggerli.

Nei 63 anni da quando la dichiarazione fu adottata, molte nazioni hanno fatto grandi progressi nel fare dei diritti umani una realtà. Passo dopo passo, le barriere che un tempo impedivano alle persone di godere a pieno delle loro libertà, della loro dignità e della loro umanità sono cadute. In molti luoghi, leggi razziste sono state eliminate, pratiche sociali e legali che relegavano le donne a uno status di seconda classe sono state abolite, la possibilità per le minoranze religiose di praticare la loro fede liberamente è stata garantita.

Nella maggior parte dei casi, tali progressi non furono conseguiti con facilità. Molte persone lottarono, si organizzarono e protestarono nelle pubbliche piazze e in luoghi più privati non solo per cambiare le leggi, ma anche le coscienze. E grazie al lavoro di generazioni, per milioni di individui le cui vite erano vessate dall’ingiustizia è ora possibile vivere più liberamente e partecipare pienamente alla vita politica, economica e sociale delle loro comunità.

Come tutti sapete, c’è ancora molto da fare per assicurare quell’impegno, quella realtà, quel progresso per tutti. Oggi vorrei parlare del lavoro che abbiamo ancora da fare per proteggere un gruppo di persone i cui diritti umani sono ancora negati in troppe parti del mondo. Sono una minoranza invisibile. Sono arrestati, picchiati, terrorizzati e persino condannati a morte. Molti sono trattati con disprezzo e violenza dai loro concittadini mentre le autorità che dovrebbero proteggerli guardano altrove o, troppo spesso, contribuiscono ad abusarli. E’ negata loro l’opportunità di lavorare e ricevere un’adeguata istruzione, sono costretti ad abbandonare le loro case e i loro paesi o a reprimere e negare chi sono per proteggersi dal pericolo.
Parlo di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, esseri umani nati liberi, eguali e con la medesima dignità degli altri, persone con il diritto di rivendicare ciò. Questa è una delle rimanenti sfide del nostro tempo per implementare i diritti umani di tutti. Parlo di questo argomento sapendo che il mio stesso paese è ben lontano dalla perfezione in tema di diritti umani per le persone LGBT. Sino al 2003 l’omosessualità era ancora un crimine in alcuni Stati. Molti americani LGBT hanno sofferto violenze e molestie nelle loro vite e per alcuni, inclusi molti giovani, il bullismo e l’esclusione sono esperienze quotidiane. Quindi noi, come tutte le nazioni, abbiamo molto lavoro da fare per proteggere i diritti umani.

So bene che questa è una questione molto sensibile per molti e che gli ostacoli sulla via della protezione dei diritti umani delle persone LGBT sono radicati in profonde credenze personali, politiche, culturali e religiose. Pertanto vengo a voi con profondo rispetto, comprensione e umiltà. Anche se il progresso su questo fronte non è facile, non possiamo evitare di agire prontamente. In questo spirito voglio parlare delle questioni difficili e importanti che dobbiamo affrontare insieme per raggiungere un consenso globale attorno al riconoscimento dei diritti umani delle persone LGBT ovunque esse si trovino.

La prima questione va direttamente al cuore del problema. Qualcuno ha sostenuto che i diritti gay e i diritti umani sono cose distinte, ma in verità sono la stessa medesima cosa. Certamente 60 anni fa i governi che hanno stilato e approvato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non pensarono a come essa potesse applicarsi alla comunità LGBT. Non pensavano neppure a come essa potesse applicarsi agli indigeni, ai bambini, ai disabili o altri gruppi marginalizzati. Eppure, negli scorsi 60 anni abbiamo riconosciuto che i membri di questi gruppi sono pienamente titolari di diritti e dignità poiché, come tutte le persone, essi condividono una comune umanità.

Questo riconoscimento non è occorso subito. Si è sviluppato nel tempo. Nel frattempo abbiamo capito che si trattava di onorare dei diritti che le persone hanno sempre avuto, piuttosto che creare diritti nuovi o speciali per loro. Come essere una donna, un membro di una minoranza etnica, religiosa o tribale, essere LGBT non rende meno umani. Ecco perché i diritti gay sono diritti umani e i diritti umani sono diritti gay.
Si violano i diritti umani quando si picchiano o uccidono persone a causa del loro orientamento sessuale o perché non si conformano alla norma culturale su come gli uomini e le donne dovrebbero apparire o comportarsi. Si violano i diritti umani quando i governi dichiarano illegale essere gay o non puniscono coloro che fanno del male alle persone gay. Si violano i diritti umani quando le donne lesbiche e transgender sono soggette ai cosiddetti stupri correttivi, o soggette a trattamenti ormonali forzati, o quando delle persone vengono uccise in seguito a incitamenti pubblici alla violenza contro i gay o quando sono costretti a scappare dai propri paesi e cercare asilo in altri Stati per salvare la propria vita. E si violano i diritti umani quando l’accesso a farmaci salva vita viene negato sulla base dell’orientamento sessuale, o un eguale accesso alla giustizia viene negato sulla base dell’orientamento sessuale, o gli spazi pubblici sono proibiti ai gay. Non importa il nostro aspetto, da dove veniamo, chi siamo, siamo tutti egualmente titolari dei nostri diritti umani e della nostra dignità.

La seconda questione è se l’omosessualità è tipica di una certa parte del mondo. Alcuni sembrano credere che sia un fenomeno occidentale e che perciò fuori dall’Occidente sia possibile rigettarla. In realtà i gay nascono e appartengono ad ogni società del mondo. Sono di tutte le età, di tutte le razze e di tutte le etnie; sono dottori e insegnanti, contadini e banchieri, soldati e atleti; e a prescindere dal fatto che lo sappiamo o lo riconosciamo, sono la nostra famiglia, i nostri amici, i nostri vicini.

Essere gay non è un’invenzione occidentale; è una realtà umana. E proteggere i diritti umani di tutti, etero o omosessuali, non è qualcosa che fanno solo i governi occidentali. La costituzione sudafricana, scritta dopo l’Apartheid, protegge l’uguaglianza di tutti i cittadini, inclusi quelli gay. In Colombia e Argentina, anche i diritti gay sono legalmente protetti. In Nepal, la corte costituzionale ha sentenziato che i cittadini LGBT devono avere eguali diritti. Il governo della Mongolia ha preso l’impegno di varare una nuova legislazione che affronti le discriminazioni patite dai gay.

Ora, alcuni ritengono che proteggere i diritti umani della comunità LGBT sia un lusso che solo le nazioni ricche possono permettersi. Ma in effetti, in tutti i paesi, la non protezione di questi diritti ha dei costi in termini di vite etero e omosessuali perse a causa di malattie e violenze, di silenziamento di voci e visioni che avrebbero rafforzato le comunità, in termini di idee mai concretizzate da imprenditori che casualmente sono gay. Si pagano dei costi ogni volta che un gruppo è trattato peggio degli altri, siano essi donne, minoranze etniche, religiose o LGBT. L’ex presidente del Botswana, Mogae, ha recentemente sottolineato che finché le persone LGBT sono tenute nell’ombra, non potrà esserci un efficace programma di sanità pubblica contro l’AIDS. Beh, questo è vero che per altre sfide.

La terza e forse più difficile questione viene sollevata quando si citano valori religiosi o culturali come ragioni per violare o non proteggere i diritti umani dei cittadini LGBT. Ciò non si differenzia molto dalle giustificazioni offerte per giustificare pratiche violente contro le donne come l’omicidio d’onore, l’arsione delle vedove e le mutilazioni genitali femminili. Alcuni continuano a difendere tali pratiche in quanto parte di una tradizione culturale. Ma la violenza contro le donne non è culturale, è criminale. Ugualmente con la schiavitù, ciò che una volta era giustificato dalla sanzione divina è oggi giustamente ritenuto un immorale violazione dei diritti umani.

In ognuno di questi casi, abbiamo imparato che nessuna pratica o tradizione è superiore ai diritti umani che appartengono a tutti noi. E questo è vero anche per la violenza inflitta alle persone LGBT, la criminalizzazione del loro status o comportamento, l’espulsione dalle loro famiglie o comunità, l’accettazione tacita o esplicita delle loro uccisioni.

Certamente, vale la pena notare che raramente le tradizioni e gli insegnamenti religiosi o culturali sono in conflitto con la protezione dei diritti umani. Ovviamente, la nostra religione e la nostra cultura sono fonti di compassione e ispirazione verso esseri umani come noi. Non solo coloro che giustificavano la schiavitù si appoggiavano alla religione, anche coloro che cercavano di abolirla lo facevano. Teniamo a mente che il nostro impegno a difendere la libertà di religione e la dignità delle persone LGBT hanno la medesima radice. Per molti di noi il credo e la pratica religiosa è una risorsa vitale di significato e identità fondamentale per ciò che siamo come persone. Ugualmente, per la maggior parte di noi, i legami d’amore e famigliari che abbiamo forgiato sono altrettanto vitali fonti di significato e identità. Prendersi cura degli altri è un’espressione di ciò che significa essere pienamente umani. E’ perché l’esperienza umana è universale che i diritti umani sono universali e attraversano tutte le religioni e le culture.

La quarta questione è ciò che la storia ci insegna circa il modo in cui progredire verso eguali diritti per tutti. Il progresso origina da una discussione onesta. Ci sono coloro che dicono e credono che tutti i gay sono pedofili, che l’omosessualità è una malattia che può essere curata o che i gay reclutano altri per farli diventare a loro volta gay. Bene. Queste nozioni sono semplicemente non vere. E’ anche difficile che spariscano se coloro che le promuovono o accettano vengono ignorati piuttosto che invitati a condividere le loro paure. Nessuno ha mai abbandonato una convinzione perché è stato costretto a farlo.

I diritti umani universali includono la libertà d’espressione e quella di pensiero, anche se le nostre parole o pensieri denigrano l’umanità degli altri. Tuttavia, mentre siamo tutti liberi di credere ciò che riteniamo, non possiamo fare tutto ciò che vogliamo, non in un mondo in cui si proteggono i diritti umani di tutti.
Raggiungere una piena comprensione di queste cose richiede più di un discorso. Richiede una conversazione. Anzi, richiede una costellazione di conversazioni in luoghi piccoli e grandi. E richiede la volontà di vedere nelle più aspre differenze di visione una ragione per cominciare a conversare, non per evitare di farlo.

Ma il progresso deriva dal cambiamento delle leggi. In molti posti, incluso il mio stesso paese, la protezione legale ha preceduto, non seguito, un più ampio riconoscimento dei diritti. Le leggi hanno un effetto istruttivo. Le leggi che discriminano convalidano altri tipi di discriminazione. Le leggi che richiedono eguale protezione rinforzano l’imperativo morale dell'uguaglianza. In pratica, spesso le leggi devono cambiare prima che la paura del cambiamento venga meno.

Molti nel mio paese pesavano che il presidente Truman stesse facendo un grave errore quando ordinò la de-segregazione razziale delle nostre forze armate. Si affermava che ciò avrebbe minato la coesione delle unità combattenti. E fu solo dopo che la decisione venne implementata che ci accorgemmo come essa rafforzò il nostro tessuto sociale in modi che neppure i sostenitori di quella politica avevano previsto. Ugualmente, alcuni nel mio paese ritenevano che la cessazione del “Don't Ask, Don’t Tell” avrebbe avuto un effetto negativo sulle nostre forze armate. Oggi, il comandante dei Marines, che fu una delle voci più forti contro la revisione di questa politica, dice che le sue preoccupazioni erano infondate e che i Marines hanno accolto benissimo il cambiamento.

Infine, il progresso deriva dalla disponibilità di mettersi nei panni degli altri per un po’. Dobbiamo chiederci: “come mi sentirei se fosse un crimine amare la persona che amo? Come mi sentirei se fossi discriminato per una cosa di me che non posso cambiare?”. Questa sfida riguarda ciascuno di noi quando riflettiamo su convinzioni profonde, quando lavoriamo per essere tolleranti e rispettosi della dignità di tutti, e quando abbiamo umilmente a che fare con coloro i quali siamo in disaccordo nella speranza di creare una maggiore comprensione generale.

La quinta e ultima questione riguarda come possiamo fare la nostra parte per portare il mondo ad accogliere i diritti umani di tutti, anche delle persone LGBT. Sì, le persone LGBT devono contribuire guidando questi sforzi, come tanti già fanno. La loro conoscenza ed esperienza è impagabile e il loro coraggio inspiratore. Conosciamo i nomi di attivisti LGBT coraggiosi che hanno letteralmente dato le loro vite per questa causa e ce ne sono molti altri il cui nome non conosceremo mai. Ma spesso coloro ai quali si negano i diritti sono quelli con meno potere di ottenere i cambiamenti che cercano. Agendo da sole, le minoranze non potranno mai raggiungere la maggioranza necessaria al cambiamento politico.

Quando una parte dell’umanità viene rimossa, il resto di noi non può rimanere indifferente. Ogni volta che una barriera verso il progresso cade, ciò avviene grazie allo sforzo congiunto di coloro che stanno da entrambe le parti di essa. Nella lotta per i diritti alle donne, il sostegno degli uomini rimane cruciale. La battaglia per l’uguaglianza razziale è dipesa dal contributo di persone di tutte le etnie. Combattere l’islamofobia o l’antisemitismo è un compito per le persone di tutte le fedi. Lo stesso è vero per la lotta per l'uguaglianza.

Viceversa, quando vediamo la negazione e l’abuso di diritti umani e non agiamo, mandiamo il messaggio che ciò non comporta alcuna conseguenza e incentiviamo il perpetuare di tali abusi e negazioni. Ma quando agiamo, inviamo un potente messaggio morale. Qui a Ginevra, la comunità internazionale ha agito quest’anno per rafforzare il consenso globale attorno ai diritti umani delle persone LGBT. In marzo, al Consiglio per i Diritti Umani, 85 paesi hanno sostenuto una dichiarazione contro la criminalizzazione e le violenze motivate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.

Alla successiva sessione del Consiglio in giugno, il Sud Africa si fece promotore di una risoluzione sulla violenza contro le persone LGBT. La delegazione sudafricana parlò eloquentemente della propria esperienza e della propria lotta per l’eguaglianza di tutta l’umanità e della sua indivisibilità. Quando passò, divenne la prima risoluzione delle Nazioni Unite a riconoscere i diritti umani delle persone gay di tutto il mondo. Nell’Organizzazione degli Stati Americani quest’anno, la Commissione inter-americana sui Diritti Umani creò un’unità sui diritti delle persone LGBT, un passo verso ciò che speriamo sarà la creazione di una struttura più formale.

Ora, dobbiamo andare oltre e lavorare qui e in ogni regione del mondo per galvanizzare un maggiore supporto per i diritti umani della comunità LGBT. Ai leader di quei paesi dove le persone sono imprigionate, picchiate o condannate a morte perché gay, chiedo di considerare questo: per definizione leadership significa stare alla testa del proprio popolo quando è necessario. Significa difendere la dignità di tutti i propri cittadini e convincere gli atri a fare lo stesso. Significa anche assicurare che tutti i cittadini siano trattati come eguali dalla legge del proprio Stato perché, lasciatemi essere chiara - non sto dicendo che i gay non commettono crimini. Lo fanno, proprio come gli eterosessuali. E quando lo fanno devono rispondere dei loro atti, ma non dovrebbe mai essere un crimine il semplice fatto di essere gay.

Ai popoli di tutte le nazioni dico che sostenere i diritti umani è anche una vostra responsabilità. La vita dei gay è condizionata non solo dalle leggi, ma anche dal trattamento che ricevono ogni giorno dalle loro famiglie e dai loro vicini. Eleanor Roosevelt, che ha fatto così tanto per l’avanzamento dei diritti umani nel mondo, ha detto che questi diritti germogliano nei luoghi più vicini a casa - le strade dove vivono le persone, le scuole che frequentano, le industrie, fattorie e uffici dove lavorano. Questi luoghi sono il vostro campo d’azione. Le azioni che intraprendete e le idee che sostenete possono determinare se i diritti umani fioriranno dove vivete.
Infine, alle persone LGBT di tutto il mondo lasciatemi dire questo: ovunque viviate e qualunque siano le circostanze della vostra vita, sia che siate connessi ad una rete di supporto, sia che vi sentiate isolati e vulnerabili, sappiate che non siete soli. Ci sono persone in tutto il mondo che stanno lavorando duramente per sostenervi e mettere fine alle ingiustizie e ai pericoli che affrontate. Questo è certamente vero per il mio paese: avete un alleato negli Stati Uniti d’America e avete milioni di amici tra gli americani.

L’amministrazione Obama difende i diritti umani delle persone LGBT come parte della nostra più ampia politica sui diritti umani e come una priorità della nostra politica estera. Nelle nostre ambasciate, i nostri diplomatici stanno sollevando l’attenzione su casi e leggi specifici lavorando con vari partner per rafforzare la protezione dei diritti umani di tutti. A Washington, abbiamo creato una task force al Dipartimento di Stato per sostenere e coordinare questo lavoro. Nei prossimi mesi forniremo tutte le ambasciate di un kit di strumenti per migliorare i loro sforzi. Abbiamo anche creato un programma che offre sostegno di emergenza per i difensori dei diritti umani delle persone LGBT.

Questa mattina, a Washington, il Presidente Obama ha dato vita alla prima strategia governativa dedicata a combattere le violazioni dei diritti umani contro le persone LGBT all’estero. Dando seguito a precedenti sforzi fatti all’interno del Dipartimento di Stato e di tutto il governo, il Presidente ha ordinato a tutte le agenzie governative impegnate all’estero di combattere la criminalizzaizione dello stato e della condotta LGBT, di aumentare gli sforzi per proteggere vulnerabili rifugiati LGBT, di assicurarsi che la nostra assistenza estera promuova la protezione dei diritti LGBT, di coinvolgere le organizzazioni internazionali nella lotta contro le discriminazioni e di rispondere prontamente agli abusi contro le persone LGBT.
Sono anche felice di annunciare che stiamo lanciando un nuovo Fondo per l’eguaglianza globale che sosterrà il lavoro delle associazioni della società civile impegnate in tutto il mondo su queste questioni. Questo fondo le aiuterà a registrare dei fatti in modo da elaborare strategie più mirate, a imparare ad usare la legge come uno strumento a loro favore, a gestire il loro budget, a formare il loro personale, e a creare alleanze con e associazioni delle donne e altri gruppi impegnati sui diritti umani. Abbiamo stanziato più di 3 milioni di dollari per dar vita a questo fondo e speriamo che altri aggiungeranno il loro contributo.

Le donne e gli uomini che lottano per i diritti umani delle persone LGBT in luoghi ostili, alcuni dei quali sono qui con noi oggi, sono coraggiosi e meritano tutto l’aiuto che possiamo dar loro. Sappiamo che il cammino non sarà facile, una grande quantità di lavoro resta ancora da fare, ma molti di noi hanno visto direttamente quanto rapidamente i cambiamenti possano avvenire. Durante le nostre vite, l’atteggiamento verso le persone gay in molti posti è stato trasformato. Molte persone, me compresa, hanno negli anni approfondito le loro convinzione sul tema man mano che gli hanno dedicato maggiore attenzione, dialogato, partecipato a dibattiti e stabilito relazioni personali e professionali con persone gay.

Questa evoluzione è evidente in molti luoghi. Per sottolineare solo un esempio l’Alta Corte di Delhi ha decriminalizzato l’omosessualità in India due anni fa scrivendo, e cito: “se esiste un principio che può essere ritenuto permeante di tutta la costituzione indiana, questo è l’inclusività”. Non ho dubbi che il sostegno per i diritti umani LGBT continuerà a crescere perché per molti giovani questo è banale: tutte le persone meritano di essere trattate con dignità e vedere rispettati i propri diritti umani, a prescindere da chi sono o da chi amano.

C’è una frase che negli Stati Uniti invochiamo quando vogliamo spronare gli altri a sostenere i diritti umani: “Stai dalla parte giusta della storia”. La storia degli Stati Uniti è la storia di una nazione che ha ripetutamente lottato contro l’intolleranza e l’ineguaglianza. Abbiamo combattuto una guerra civile brutale sul tema della schiavitù. In tutto il paese milioni di persone si sono unite in campagne per riconoscere i diritti delle donne, dei popoli indigeni, delle minoranze etniche, dei bambini, delle persone con disabilità, degli immigrati, dei lavoratori e così via. E la marcia verso l’uguaglianza e la giustizia continua. Coloro che combattono per espandere la cerchia dei diritti umani erano e sono dalla parte giusta della storia e la storia li onora. Coloro che tentarono di restringere i diritti umani avevano torto e la storia mostra anche questo.

So che i pensieri che ho condiviso oggi coinvolgono questioni sulle quali le opinioni si stanno ancora evolvendo. Come è accaduto già molte volte, le varie opinioni convergeranno verso la verità, quella verità immutabile secondo la quale tutte le persone sono create libere e con uguali dignità e diritti. Siamo ancora una volta chiamati a rendere concrete le parole della Dichiarazione Universale. Rispondiamo a questa chiamata. Stiamo dalla parte giusta della storia, per la nostra gente, le nostre nazioni, le generazioni future, le cui vite saranno plasmate dal nostro lavoro di oggi. Mi rivolgo a voi con grande speranza e fiducia che a prescindere dalla lunghezza della strada che abbiamo davanti, la percorreremo insieme con successo. Grazie molte."

Fonte: http://www.certidiritti.it/certi-diritti-pubblica-la-traduzione-italiana-integrale-del-discorso-di-hillary-clinton-per-la-giornata-mondiale-dei-diritti-umani